Perché internet cambierà tutto
il rapporto Wired-Cotec sulla cultura dell’innovazione in Italia, è diventato un libretto fuori commercio distribuito alla Giornata Nazionale dell’Innovazione. La prima copia è stata consegnata al presidente Napolitano. I dati fondamentali erano su Wired 4. Questa la prefazione.
E’ l’alba di un nuovo mondo, di una nuova Italia. Se alziamo lo sguardo possiamo già scorgerne i confini. E i futuri leader. Hanno meno di 24 anni, sono uno diverso dall’altro, hanno paure e speranze spesso contraddittorie.
Vorrebbero cambiare tutto ma si muovono con una prudenza che è già diffidenza; sono affascinati dal progresso ma pretendono di soppesare prima attentamente i rischi delle nuove tecnologie, senza deleghe in bianco a nessuno, nemmeno agli scienziati. Vorrebbero che a decidere fossero piuttosto ciascuno di loro e tutti assieme. I cittadini: questa è democrazia diretta.
Sono divisi su tanti temi come nucleare, Ogm, nanotecnologie, cellule staminali. Magari non ne sanno ancora abbastanza, l’informazione tradizionale non li soddisfa, anzi. Ma una cosa li unisce e li rende diversi. Quella cosa è internet. La passione per la Rete.
In nessuna altra generazione questo sentimento è così forte, così netto. Se gli chiedete a cosa non potrebbero mai rinunciare per una settimana loro, gli under 24, non avrebbero dubbi. E scarterebbero la televisione, il cinema, la musica, i libri, i giornali e lo sport. Praticamente tutto, ma la rete no. A loro basta essere connessi. Dai 25 anni in su, nessun altro lo fa in Italia. Nessuno. E’ il mondo che conosciamo alla rovescia. Non è una distinzione. E’ una rivoluzione culturale.
Per i più giovani internet non è solo mandare una mail o pagare una bolletta. E’ molto più di condividere dei byte. Quei files che cercano e si scambiano ogni giorno sono idee, passioni, progetti. Cose da fare assieme, per divertirsi certo ma anche per vivere un giorno in un mondo migliore. Perché la rete non è un passatempo per adolescenti ma la più grande piattaforma tecnologica che l’umanità abbia mai avuto, un posto dove collaborare anche con persone lontanissime per sognare imprese che da soli sarebbero impossibili. E dove le vecchie leggi che hanno regolato la nostra economia e remunerato la creatività non esistono più. Infatti in questo nuovo mondo i contenuti dovrebbero circolare gratuitamente perché quando aumentano la cultura e la conoscenza ci guadagnano tutti.
I nativi digitali magari queste non lo sanno ancora, ma le hanno già intuite, se le portano dentro come valori. Sfogliando i dati del primo rapporto Wired Cotec sulla cultura dell’innovazione fra gli italiani, il dato più forte è proprio questo: il digital divide in Italia non è più o non è solo un fatto infrastrutturale, di banda larga e vecchie reti telefoniche da aggiornare. E’ un fatto generazionale, fra chi ha capito le potenzialità della Rete e chi no.
Ne sentiremo parlare di questa generazione. Cambierà il nostro futuro. In meglio.
Una gara per dire Io amo internet. E un sogno per il 2010
Note in corsa dal mondo che fugge mentre Wired numero 5 è in viaggio verso la tipografia e molti di voi e noi siamo quasi in viaggio per un weekend lungo.
Abbiamo fatto un bel numero, credo, spero. Anche se abbiamo dovuto correre un po’ di più: il fatto di mandare il giornale prima agli abbonati ha funzionato, quasi tutti a maggio hanno ricevuto il magazine prima che arrivasse in edicola. Un miracolo molto gradito che vorremmo replicare. Questa volta l’edicola è fissata per il 18, vediamo quando vi arriva a casa. Noi abbiamo fatto il possibile.
Intanto il 3 giugno parte una gara a cui teniamo molto. Ricordate Io Amo Internet, il login del terzo numero e il sito-blog che abbiamo aperto con alcuni amici? Ecco, ora, grazie al contributo della Telecom Io Amo Internet diventa un contest internazionale per produrre i video più belli che raccontino come la rete ci cambia la vita, come ce la migliora, in che modo migliora il mondo (se usata bene naturalmente). Per tutta l’estate se andate su Zooppa.com trovate le regole per partecipare e i premi (in dollari, perché, mi dicono, è una gara internazionale). Obiettivo: fare, tutti assieme, il primo videomanifesto della rete.
E prima di salutarvi vi anticipo un mio sogno, un chiodo fisso, una cosa che mi frulla per la testa e per il cuore da un po’ e che vorrei realizzare presto.
E’ questa: vorrei che internet vincesse il premio Nobel per la pace del 2010.
Internet in quanto rete di persone che si parlano, internet in quanto più grande piattaforma di comunicazione che l’umanità abbia mai avuto, internet perché abbatte i muri, rafforza la democrazia, perché ci fa parlare e quando ci parliamo ci scopriamo meno diversi. Non più nemici. Internet perché ci insegna il potere della collaborazione.
Lo so che internet non è una persona e i premi Nobel vanno a persone. Ma internet siamo noi, siamo tutte le persone del mondo che partecipano a questa conversazione senza fine.
Il premio poi potrebbe ritirarlo chiunque, non è questo il punto, non è importante adesso. Magari potrebbe ritirarlo Tim Berners Lee, ma ci sono anche altr nomi possibili.
Il punto però è farla crescere, questa cosa. Sarebbe un messaggio di pace fortissimo. Sarebbe un inno al potere della comunicazione fra le persone.
Vi dicevo che è un pensiero che ho da un po’. Ne ho parlato nelle università dove sono stato invitato recentemente. E con i protagonisti del web italiano che ho incontrato. E ho trovato tantissimi consensi.
Ora però vorrei far diventare questa cosa vera. Un progetto solido.
Non mio e non solo italiano.
Ci sto lavorando. Mi fa battere il cuore. Vi farò sapere, spero presto
Critical City, la mejo start up del 2009
da Vanity Fair del 27 maggio
Vi hanno piantato un albero nottetempo davanti al portone di casa? oppure qualcuno ha rimesso in uso e ridipinto la vecchia panchina dei giardinetti? O siete circondati da stranieri che vanno in giro cantando allegramente il proprio inno nazionale? Non è grave, probabilmente siete finiti senza saperlo dentro uno dei giochi di Critical City. Ovvero, come usare la potenza del web 2.0 per migliorare i posti in cui viviamo. L’idea è di due giovani bocconiani appassionati di economia no profit, Augusto e Duccio, assistiti dalla creatività di un architetto, Matteo, e di una videomaker, Chantal. Non si tratta del solito tentativo di trasformare i social network in un network reale (come ha fatto persino Veltroni quando ormai un anno fa ha invitato in discoteca i suoi “amici” di facebook), ma convogliare tutte le energie che si agitano su internet in un grande progetto collettivo: “Cambiare le nostre città”. Funziona così: si va sul sito di Critical City e ci si iscrive alla gara con gli altri membri della community. Per vincere occorre compiere delle missioni collettive, dei microprogetti creativi. E quindi “spegnere il computer, uscire di casa e costruire delle relazioni reali con gli altri utenti”. Obiettivo: trasformare le nostre città, “con una specie di agopuntura urbana”. Sembra velleitario? Può darsi, ma da quando è nata, il 1 giugno del 2007, Critical City ha razzolato premi in tutto il mondo. L’ultimo venerdì scorso a Roma quando ha sbancato il Techgarage 2009, ambito riconoscimento alle migliori start up del web e dei new media. Oltre alle targhe e a tre mesi spesati in Silicon Valley, i quattro moschettieri della rete si sono portati a casa 100 mila euro racimolati in meno di un minuto per alzata di mano fra i venture capitalist presenti in sala.
Disabile, è ora di aggiornare i dizionari
Da Vanity Fair in edicola il 21 maggio
Aimee è una donna bellissima e atletica. Qualche anno fa ha vinto gare di velocità e salto in salto. Poi ha fatto la modella. L’attrice in qualche grosso film. E ora è in giuria per il festival di Taormina. Verrà in Italia il 13 giugno. Aimee Mullins ha perso le gambe quando era una bimba. E ha fatto tutto quello che ha fatto con delle protesi. Con alcune, per esempio quelle di vetro che usa per mettere le scarpe con il tacco, dimentichi che Aimee non ha le gambe. Con quelle che ha indossato per la foto di copertina del nuovo Wired invece è evidente. Ha scelto le powerfoot, l’ultimo modello realizzato dal professor Hugh Herr, capo del dipartimento di biomeccatronica del Mit di Boston. Nella foto Herr è accanto a Aimee, poggiato su un ginocchio, ripreso nell’atto di montare la protesi alla sua amica. Anche Hugh Herr ha le protesi powerfoot. Anche il professore ha perso le gambe: non era più un bambino, ma un ragazzo appassionato di scalate. Un giorno in montagna finì male, il ghiaccio gli congelò gli arti inferiori e dovettero amputarli. Aveva 17 anni: gli misero delle protesi e lui pensò “questa roba è tremenda, devo farne di migliori”. Da allora è diventato uno scienziato, le cose che fa le prova prima su se stesso. E se Pistorius è diventato Pistorius lo deve a questo professore del Mit. Hugh e Aimee hanno scelto di farsi fotografare assieme in una posa eroica, per mandare un messaggio al mondo: “Quelle che gli altri percepiscono come carenze sono il combustibile della nostra creatività”. E’ ora di scrivere sui dizionari nuovi sinonimi della parola disabile.
E’ partito un bastimento carico di Wired 4 per gli abbonati… (molto carico, 54 mila copie)
E’ stata una settimana lunga e intensa. Proficua anche. Fatte tante cose buone per il futuro di Wired. Progetti a raffica, tanti, troppi forse. Ma tanto solo i migliori sopravviveranno a questa tempesta di idee.
Come dice scherzando il mio amico Salvo Mizzi, mr Working Capital, “ce devono lega’…” (col suo accento catanese la frase ha un effetto divertente, credetemi).
Vi scrivo prima di staccare la spina per un giorno, per darvi una buona notizia. O almeno, per darvi la speranza di una buona notizia. Eccola.
Questo mese le copie di Wired agli abbonati potrebbero arrivare addirittura prima di quelle in edicola.
Bum, dirà qualcuno, memore dei problemi dei primi tre numeri. Problemi piccoli se pensiamo a qualche centinaio di casi rispetto al totale degli abbonati. Problemi grandi se pensiamo che chi si è abbonato ci ha sposato per due anni, a volte a scatola chiusa, prima ancora che arrivassimo in edicola. E la delusione di vedersi arrivare la rivista dopo dieci o venti giorni è forte.
Cmq, ci abbiamo lavorato sulla cosa. Certo, non possiamo sostituirci alle Poste. E le Poste in questo paese sono ancora un ritardo. E allora? Una cosa la possiamo fare: anticipare il giorno in cui le copie di Wired per gli abbonati vengono consegnate alle Poste. In modo da puntare alla simultanietà fra edicola e abbonati, o almeno limitare i danni.
Questo abbiamo pensato. E così le copie di Wired 4 per gli abbonati questa mattina sono state consegnate per la spedizione. Quante erano? Una marea: 54 mila e rotti.
Da questo momento le Poste si prendono cinque giorni lavorativi al massimo per farvele avere a casa o in ufficio. Cinque giorni lavorativi, vuol dire che tutte le copie dovrebbero arrivare massimo entro giovedì 21, ma nelle grandi città anche mercoledì o martedì. E Wired arriverà in tutte le edicole mercoledì 20.
Ecco, è tutto. Noi ci stiamo provando.
Buon week end. E se qualcuno domenica pomeriggio passasse da Torino, alle 17 mi trova al Salone del Libro dove parlo di futuro con Carlo Ratti e Roberto Vittori.
Stay Wired!
Meno male che Silvio Web?
Da Vanity Fair in edicola il 13 maggio
Meno male che Silvio web. Così almeno la prossima volta che una Carlucci o un Barbareschi si alzeranno per puntare il dito contro i pericoli dii internet e dei social network, Berlusconi potrà dire: sono in rete anche io.
Dall’8 maggio 2009.
E’ passato poco più di un anno da quando in campagna elettorale si vantava di “non sapere cosa fosse internet”. E’ passato un anno e molte cose sono cambiate, ma una in particolare sembra aver influenzato la svolta internettiana del premier: Barack Obama. Ma che davvero quel tale “giovane bello e abbronzato” è arrivato alla Casa Bianca anche grazie alla Rete? Ma davvero aveva un suo sito social, mybarackobama.com, che gli è servito a raccogliere i fondi per la corsa alla presidenza degli Stati Uniti?
Quando ha capito, Berlusconi non ci ha pensato su molto. Nasce così forzasilvio.it, nomignolo scelto dal capo in persona naturalmente, “il network ufficiale dei sostenitori di Berlusconi”, come si legge nella homepage che ha debuttato in sordina venerdì scorso. Difficile dire che si farà lì dentro (anche perché per entrare bisogna registrarsi e per ora l’unica applicazione è la possibilità di invitare un amico) ma non è difficile immaginare dove punta questo sbarco sul web.
Anche perché per tutta l’operazione il presidente del consiglio si è rivolto ad uno che il web lo conosce davvero: Marco Camisani Calzolari, internettiano della primissima ora, blogger stimato e seguito, docente alla Statale di Milano, autore di un libro “Impresa 4.0” edito dal Financial Times sulle potenzialità della Rete per le aziende, e fondatore di Speakage, la società che ha realizzato il sito.
I prossimi passi? Potrebbero essere l’integrazione con Facebook e l’uso di Google Maps per geolocalizzare gli altri attivisti del popolo delle libertà: c’è nessuno che mi vuole aiutare a montare un gazebo?
Il terzo editoriale di Wired: Facciamo un Manifesto
Era notte, ed era un mese fa più o meno. In rete avevo messo una cosa appena scritta per vedere l’effetto che faceva. L’avevo intitolata “frammenti di un discorso amoroso”. Perché il giorno dopo quella cosa doveva diventare davvero un discorso. E perché era in fondo un atto d’amore. Per internet.
Se oggi mi chiedessero a quale strumento di comunicazione non potrei rinunciare fra radio, tv, carta stampata, telefono e internet, non avrei dubbi. Sebbene abbia un rapporto feticistico con la carta stampata, la potenza di internet è un’altra cosa. Racchiude le peculiarità di tutti gli altri mezzi e in più aggiunge una cosa fondamentale: il feedback in tempo reale di chi sta dall’altra parte, consentendo l’avvio di una conversazione. Un dialogo. Da pari a pari. Peer to peer. Che altro volere?
Internet è oggi la più grande piattaforma di comunicazione che l’uomo abbia mai avuto (ed è “la più grande invenzione del secolo scorso” come sostiene Rita Levi Montalcini).
Internet, scrivevo sapendo come potesse suonare roboante ed eccessivo, è un patrimonio dell’umanità. Dovrebbe occuparsene l’Unesco per tutelarla, mentre in tutto il mondo i politici (a parte Obama) lo vivono come una minaccia. Un pericolo e non una risorsa.
Internet è la speranza di parlarsi e capirsi fra popoli diversi, superando odi e pregiudizi.
Internet è la possibilità di uscire dalla povertà per i paesi in fondo alle classifiche di reddito, grazie a nuovi modelli di business.
Internet è l’obiettivo di una democrazia più giusta e partecipata per tutti.
Me è anche una opportunità per le imprese di fare prodotti migliori dialogando con i potenziali clienti, ed è uno strumento per chi cerca lavoro e può trovarlo o inventarselo in rete, creando nuovi servizi a basso costo.
Se tutte queste cose sono vere, in Italia la rete avrebbe bisogno di investimenti, computer in leasing agli studenti e banda larga per tutti, non di leggi a vanvera per chiudere siti e servizi come sta avvenendo.
Quei frammenti il giorno dopo sono diventati un discorso pubblico, alla fiera di Milano. E quel discorso è diventato un sito (amointernet.it) fatto assieme a tanti amici che si occupano di rete da anni, ma aperto a tutti. E quel sito è oggi un piccolo movimento: l’ho visto con i miei occhi, questo movimento, gli ItAliens, quando a fine marzo è venuto in Italia Lawrence Lessig, a Meet the Media Guru, e per ascoltare questo pioniere dei diritti della rete c’era la sala della Mediateca di Milano stracolma, e la caffetteria e il prato con il maxischermo come per le partite della nazionale di calcio ai mondiali, mentre in tanti seguivano l’evento in diretta tv (su internet naturalmente).
Quella sera per Lessig c’era un mondo nuovo. Per nulla virtuale. Attento, competente, appassionato. E praticamente sconosciuto per radio, tv, giornali. Ignoto a quelli che ogni giorno parlano di internet come di un pericoloso covo di mafiosi, pirati, pedofili eccetera. Un mondo unito in sostanza da una cosa sola: l’amore per internet (o, se preferite una definizione meno dolciastra, la consapevolezza che questa è l’unica speranza di far diventare l’Italia e gli italiani un paese moderno in un mondo migliore).
Ora per dire a tutti Amo Internet vorremmo fare un numero intero di Wired. E vorremmo farlo con voi: scegliere assieme a voi le storie, le firme, le immagini e la copertina. Per farne un Manifesto. Per farci sentire, e far capire agli altri che la rete è importante. Perché magari, è la tesi di qualcuno, non sono cattivi quelli che legiferano. Sono solo ignoranti. Non sanno di non sapere. Aiutiamoli.
Amecomunicare… l’impatto zero
Per Avoicomunicare (Telecom) ho scritto queste riflessioni su inquinamento ed energie rinnovabili…
Temo che la crisi economica spazzerà via l’impatto zero, la lotta al global warming, l’effetto serra.
Per ora sono solo piccoli segnali, oppure segnali nemmeno tanto piccoli come la mozione che il nostro Parlamento si appresta a votare. “I cambiamenti climatici sono minimi, e comunque non sarebbero dannosi”, recita. E’ solo una mozione, è vero, ma questo è l’anno che si concluderà con la Conferenza di Copenaghen sul clima.
In un senso o nell’altro una decisione andrà presa. E con la disoccupazione ai massimi e ogni giorno nuove imprese che chiudono, a chi gliene importa della Co2? E’ come se l’argomento fosse stato derubricato.
Fateci caso: fino all’anno scorso c’era una emergenza auto quotidiana. Ma era il fatto che le auto inquinavano troppo: targhe alterne e domeniche a piedi erano appuntamenti fissi. Ora c’è un’altra emergenza auto: è che non si vendono, restano lì, nelle fabbriche, mentre i manager vengono licenziati e i lavoratori vanno in mobilità. Così le polveri sottili sono scomparse dai giornali e dalle tv. Sono scomparse anche dall’aria che respiriamo? Oppure l’aria di crisi non ce le fa notare più?
Forse sono troppo sottili rispetto al morso dei problemi che oggi molti si trovano ad affrontare.
Per ora sono solo segnali, ma andrebbero affrontati per tempo. Perché la crisi è una occasione ma anche un dovere: quello di aggiornare gli impianti e le fabbriche utilizzando tecnologie meno inquinanti. E’ possibile e conviene, ci sono decine di studi che lo dimostrano, ci sono centinaia di casi nel mondo che lo confermano ogni giorno. Energie rinnovabili, risparmi energetici, ottimizzazioni non sono optional, sono scelte obbligate. Convengono a chi le adotta e convengono a tutti noi che nel pianeta Terra abitiamo. Non a caso negli Usa il piano Obama prevede investimenti giganteschi nel cd settore verde. Perché è un bene per tutti.
L’obiettivo impatto zero deve quindi diventare quindi un comandamento per le aziende ma può diventare uno stile di vita per tutti noi. Non si tratta di smettere di fare le doccia o andare a piedi. Ma vivere senza sprechi. In fondo quello che questa crisi ci insegna è che uno stile di vita sbagliato ci ha portato sull’orlo del baratro. Le risorse non sono infinite, i soldi non si producono dal nulla, dobbiamo costruire più di quello che consumiamo. Sono concetti semplici, che non dovrebbero spaventare nessuno. Si tratta di entrare in una fase di nuova consapevolezza. Per esempio di quanto inquiniamo, o meglio, di quanta Terra consumiamo. Ne avete idea? Io per esempio mi sono sottoposto ad un esperimento: mi sono fatto calcolare da una società specializzata tutte le mie emissioni di Co2 del 2009.
E’ stato interessante notare come certe scelte (abolire la stampante, leggere molti giornali online) fossero premianti rispetto ai viaggi settimanali Roma-Milano (superdannosi ma inevitabili, anche se in treno le emissioni sono molte meno). Alla fine la società specializzata,AzzeraCo2, mi ha presentato il conto: quest’anno produrrò 22 tonnellate di diossido di carbonio. Pari alla piantumazione di 32 alberi. Li metteremo nel parco Nord di Milano. Un boschetto wired. Mi rendo conto che oggi un privato ha ben altri problemi che far piantare alberi nei parchi cittadini (anche se una legge italiana del ‘92 praticamente mai applicata, impone ai comuni di piantare un albero per ogni neonato). Me ne rendo conto. Ma vorrei che l’impatto zero non sparisse dalla nostra agenda e dal nostro nuovo sistema di valori. Se oggi siamo nella situazione in cui siamo è anche perché la nostra economia si è basata sullo spreco sistematico delle risorse del pianeta. Ricordiamocelo, mentre cerchiamo la strada per ripartire.
Frammenti di un discorso amoroso. Sul web
FRAMMENTI DI UN DISCORSO AMOROSO. PER INTERNET
Questi sono gli appunti per un discorso. Che forse farò domani. Se sarà il caso, se ci sarà l’aria giusta, la gente giusta. O forse il discorso resterà qui. Un modo per mettere in fila pensieri e timori, progetti e speranze. Che riguardano internet.
Perché io amo internet. Non sembri velleitario o esagerato. Se oggi mi chiedessero a quale strumento di comunicazione non potrei mai rinunciare fra giornali, radio, tv e internet, io, che di comunicazione vivo, non avrei dubbi. Internet.
Anche se sono fra quelli che ancora hanno un rapporto fisico, quasi feticistico con la carta stampata (colleziono giornali antichi o storici e i più belli li trovate incorniciati nel corridoio di casa mia).
Ma Internet è un’altra cosa. La potenza del mezzo è ineguagliabile. Racchiude insieme le potenzialità della radio, della tv e della stampa. Aggiunge a tutto questo la ricerca personalizzata, con archivi praticamente infiniti e velocità di risposta supersoniche. E soprattutto, ora che c’è il web 2.0, aggiunge in tempo reale il feedback di chi sta dall’altra parte, consentendo l’avvio di una conversazione. Un dialogo. Da pari a pari. Peer to peer. Che altro volere?
Internet poi, in quanto piattaforma di comunicazione, anzi, “la più grande piattaforma di comunicazione che l’umanità abbia mai avuto” come dice Cory Doctorow, è una straordinaria opportunità per l’economia:
per le aziende e i consumatori perchè migliora i servizi, migliora i prodotti, e fa un miracolo, riduce insieme i costi e i prezzi aumentando i profitti.
e per i privati, perché consente di cercare lavoro ovunque, mettendosi in vetrina o entrando in contatto senza la classica lettera imbustata; ma consente anche di inventarselo, un lavoro. Non bisogna sapere di informatica per inventarsi un servizio nuovo da fare con la rete. Aprire un negozio virtuale è molto più facile e meno costoso che con un negozio reale.
Ma anche qui, la differenza fra reale e virtuale io non la vedo più da tempo. Sono reali tutti e due. Solo che il secondo ha molto più futuro.
Internet, lo dico sapendo come suoni roboante e quindi eccessivo, è un patrimonio dell’umanità.
Se oggi dovessi buttare giù i punti di un manifesto, come qualche amico che mi sopravvaluta mi suggerisce di fare, inizierei così
Internet è un patrimonio dell’umanità.
Dovrebbe occuparsene l’Unesco per tutelarla.
Internet è la speranza di parlarsi e capirsi fra popoli lontani, superando odi e pregiudizi,
Internet è la possibilità di uscire dalla povertà per i paesi in fondo alle classifiche di reddito, grazie a nuovi modelli di business.
Internet è l’obiettivo di una democrazia più giusta e partecipata per tutti.
Ma oggi internet in Italia è visto come una minaccia e non come una risorsa. Un pericolo e non una opportunità di crescita.
E’ il luogo della pornografia, della pedofilia, dove stanno i gruppi di mafiosi e quelli che vogliono uccidere Saviano. E’ un posto di pirati che beffano il diritto d’autore facendo saltare le aziende discografiche, editoriali e cinematografiche.
Non sto esagerando. Per la politica italiana questo è oggi internet. E lo stesso vale per la comunicazione. Oggi per fare notizia su internet devi parlarne male. Annunciare un provvedimento restrittivo, punitivo. Inventare un allarme sociale.
(L’altro giorno un amico ha voluto fare un prova e ha lanciato una fantomatica giornata senza internet promossa da un comitato contro la net dipendenza. La bufala in poche ore è finita sulla home page dell’Ansa tra le notizie più importanti. Ci vuole poco a fare notizia parlando male della rete).
Ma intanto se la prendono con i gruppi proRiina su Facebook come se il problema fosse la rete. E non il fatto per esempio che nella vita reale esiste la mafia. Che a Casal di Principe davvero in tanti vorrebbero vedere Roberto Saviano morto. Davvero, non su Facebook dove peraltro trovare e punire questi criminali è facile facile. Si individua l’IP, l’indirizzo del computer che ha aperto la pagina incriminata, e si trova il colpevole. Finito.
Battere la mafia è molto più difficile, forse per questo la politica si accontenta di battere Facebook. O youTube.
Con l’aiuto di un po’ di amici che da sempre si occupano di questi temi, ho provato a mettere ordine in quello che sta succedendo. E ho stilato questo elenco, provvisorio perché quasi ogni giorno si allunga.
1) La settimana prossima la Camera dei deputati esamina il decreto sicurezza già approvato al Senato. Quello delle ronde e dei medici che possono denunciare i clandestini. Naturalmente c’è un articolo su internet. Il 60, frutto dell’emendamento del senatore Udc D’Alia. In sostanza mette internet, anzi gli internet provider, sotto il controllo diretto del ministero dell’interno e non della magistratura. Se passerà, e io spero con tutto il cuore che venga ritirato, spetterà al ministro stabilire se ci sono pagine che istigano alla violenza o alla delinquenza e ordinare la cancellazione della pagina e la chiusura del sito. Teoricamente basta un commento violento in un blog. O un post che inviti a non pagare il canone Rai. E il tutto lo decide il governo non un magistrato. Questo apre un problema di controlli preventivi gigantesco: chi lo fa il monitoraggio in tempo reale di tutto quello che viene uplodato sulla rete? E apre un problema di criteri non meno importante: una pagina per inneggiare a Mussolini, per esempio, si può fare o no? Vale la Costituzione o la sensibilità del governo in carica?
2) In aula sta per arrivare la proposta di legge Carlucci, che vieta i contenuti anonimi in rete. Su come sia nata, sono stati scritti infiniti post. Una proposta antipirateria spacciata per antipedofilia scritta di nascosto dal presidente dell’associazione di categoria dei video.
3) Depositata anche la proposta Barbareschi che punisce col bando da internet chi scarica contenuti non rispettando il diritto d’autore.
4) E’ atteso il deposito della proposta di legge contro i siti che inneggiano ad anoressia e bulimia (sarebbero nientemeno che 300 mila).
5) Il Comitato antipirateria di palazzo Chigi ha esaurito il suo giro di consultazioni e dovrebbe presentare una proposta per eliminare il fenomeno della pirateria. Non c’è da stare ottimisti a leggere i resoconti perché il presidente del comitato, Mauro Masi, quando parla mette assieme le borse finte di Vuitton vendute sotto il Duomo, le magliette Lacoste taroccate e lo scarico di un file mp3. Arrivando ad una cifra, quella del danno da pirateria, che è dieci volte quella stimata negli Usa. Stiamo esagerando?
6) Il ministero dell’Interno sta trattando con Skype per farsi dare la chiave per intercettare anche le telefonate Voip.
7) Infine il ministero della Giustizia ha annunciato un provvedimento per mettere sotto controllo i siti tipo youTube. “E’ difficile ma ci stiamo lavorando” ha garantito il ministro in un incontro con degli studenti.
Il problema non è difendere l’illegalità, ma capire cos’è davvero la rete. E non è un problema solo italiano. In Francia si parla e si litiga sulla cosiddetta legge three strikes, che dovrebbe ispirare la nostra legge antipirateria. Giovanni de Mauro sull’ultimo Internazionale ha raccontato un episodio illuminante. Una lezione, come la chiama lui. Lo cito integralmente.
“Che sia possibile nel 2009 far votare ai parlamentari, di destra e di una parte della sinistra, una legge indegna come quella oggi in discussione è un ulteriore segno che le elite politiche ed economiche di questo paese non capiscono nulla di giovani, di tecnologia e di cultura”… Sono le parole di Jaques Attali, intellettuale ed economista, a lungo consigliere di Mitterand. Nel suo blog Attali ha attaccato il progetto di legge che vuole impedire il download gratuito di musica e film. L’ha definito “scandaloso e ridicolo”. perché applica una norma sul diritto d’autore che risale al diciottesimo secolo. Bisogna trovare nuovi modi. Nei commenti al suo post un anonimo lettore ha scritto: “Sono un musicista indipendente, lei avrà l’autorità morale per dare lezioni sulla gratuità, solo quando avrà messo gratis su internet tutti i suoi libri”. Il giorno dopo Attali l’ha fatto: i 50 saggi che ha scritto negli ultimi trent’anni, sono online a disposizione di tutti”.
Ultima arriva l’Inghilterra dove il governo vuole avviare un monitoraggio di tutte le conversazioni sui social network, costringendo i siti a tenerne memoria per due anni.
Ma io dico: con la crisi che sta mettendo in ginocchio un sistema e un modello, non solo economico, ma culturale, non abbiamo niente di meglio da fare? Strano che nell’anno in cui gli Stati Uniti sono governati dal primo presidente wired della storia, eletto anche grazie a internet, qui si alzino barricate. Invece di investire. Come ci avevano promesso. Qualche anno fa un partito politico nostrano fece delle tre i l’asse della sua vincente campagna elettorale: inglese, impresa e internet. Dell’inglese si sono perse le tracce, le imprese non so, ma internet invece qui pare che lo vogliano chiudere. O depotenziare. Quando invece ci sarebbe bisogno di un vero piano di investimenti. Per esempio dare un computer per ogni studente, magari in leasing, e poi una rete a banda larga per tutti, tariffe accettabili, neutralità della rete. Ci sarebbe bisogno di qualcuno che capisse che Internet è l’opportunità per far entrare l’Italia e gli italiani nel futuro. Non scatenare inutili allarmi sociali.
Allora che fare? Iniziare a dirlo. Io amo internet. In ogni occasione. Sui nostri blog, ma anche nei convegni, nelle occasioni pubbliche. E organizzarsi. Per farci sentire. Oggi sulla rete si parla quasi solo di questo. Eppure sui giornali, sulle radio e sulle tv questo tema è assente. Dobbiamo farci sentire, far capire che la rete è importante. Perché magari, è la tesi di qualcuno, non sono cattivi quelli che legiferano. Sono solo ignoranti. Non sanno di non sapere.
Qualche giorno fa con alcuni amici ci siamo visti a cena per iniziare a parlare di queste cose. Ne è nato un gruppo di discussione di google, un sito internet, un logo. Ancora nulla. Ma sarebbe bello se questa cosa potessa crescere, con il passaparola, proprio come avviene sulla rete per le cose che funzionano. E potesse diventare così forte da far sentire la sua voce. E far far a tutti un passo avanti. E alle leggi sbagliate o frettolose che stanno discutendo, un passo indietro.
Chiudo con una frase che ho letto in una intervista un paio di mesi fa: “La più grande invenzione del secolo scorso? E me lo chiede? Internet”. Non lo ha detto un pericoloso blogger o un pirata, ma Rita Levi Montalcini.
