Wired Italia

Mar 20 2009

Sono a impatto zero. Il secondo Login

Sono a impatto zero.

Da oggi tutte le mie emissioni di diossido di carbonio,

ovvero la vecchia anidride carbonica,

la famigerata Co2,

tutte le mie emissioni del 2009 sono azzerate.

Compensate.

E’ come se non esistessero.

Ci ho pensato a lungo prima di compiere questo piccolo passo. Non perché non fossi convinto della cosa. Come si fa a non voler inquinare? Come si fa a non essere d’accordo sul fatto che tutti dovremmo avere più rispetto del posto dove viviamo, la Terra, perché le sue risorse non sono infinite?

Anzi, stanno finendo.

Ogni anno finiscono prima.

Lo scorso anno siamo entrati “in riserva” il 23 settembre.

Nel 2050 la data potrebbe essere il 1 luglio.

Tutti dovremmo essere d’accordo sul non fare altri danni.

Anche quelli che non credono alla scomoda verità di Al Gore, anche quelli che diffidano della teoria catastrofista sui sei gradi di riscaldamento che distruggerebbero il pianeta.

Impattare meno, vivere meglio, è un atto di educazione civica.

Un comandamento.

Soprattutto per le aziende che oggi hanno a disposizione la tecnologia per diventare davvero verdi. Senza furbate.

Perché questa storia dei milioni di alberi piantati in qualche paese sperduto per lavare le coscienze di chi guida le vecchie centrali a carbone in Europa non mi convince.

Ma l’impatto zero in sé non è una furbata.

Per questo ho voluto capire, provare.

Calcolare.

E ho scoperto che produco circa 22 tonnellate di Co2 l’anno.

Per compensarle tra qualche giorno pianteranno 32 alberi nel parco nord di Milano, a un passo da qui, così almeno ogni tanto vado a vedere come stanno e respiro la mia aria pulita.

Ci vorranno 50 anni perché gli alberi compiano la loro missione.

E meno di cinque euro al giorno per un anno.

Diciamo che è un esperimento, o un investimento.

Sul futuro.

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Mar 04 2009

Per Manteblog e i suoi fratelli

Qualche giorno fa su Manteblog si è aperto un interessante dibattito (critico) sul primo numero di Wired. Visto che Massimo Mantellini mi ha offerto disponibilità ad ospitare una mia replica, l’ho mandata adesso. La riposto qui in modo che serva a tutti quelli che in qualche modo hanno commentato il debutto di Wired. 


Caro Massimo, grazie dell’ospitalità e scusa il ritardo. Il varo di Wired in tempi di crisi è complesso, esaltante ma extremely time consuming…. Ho seguito con attenzione i commenti al tuo post su Wired e vorrei chiarire alcune cose. Intanto preferisco non parlare del sito: è gestito da un’altra società, in un’altra città, in un altro paese, da un’altra redazione e da un altro direttore. A wired.it faccio i migliori auguri e assicuro piena collaborazione ma non tocca a me difenderli da eventuali critiche.

Le sacrosante critiche a Wired invece me le prendo tutte. Del resto, in un recente live sul sito di Current, rispondendo alla domanda del sondaggio pubblico su quale fosse il gradimento del primo numero, io ho risposto “migliorabile”, che è l’auspicio per tutto quello che faccio. Tutte le cose che faccio, spero, sono migliorabili visto che sono necessariamente imperfette. Se non lo fossero migliorabili vorrebbe dire che sono totalmente sbagliate e spero che non sia il caso di Wired (la strepitosa partenza in edicola, presto daremo i dati finali, mi fa sperare che non sia questo il caso).

Tema pubblicità. Quando è partito il progetto ho chiesto e ottenuto che Wired avesse una percentuale massima inferiore a tutti gli altri magazine (35 invece di 48) e un numero chiuso (ma più di 90 pagine pubblicitarie, nel primo numero erano 85). E’ un fatto, non è un opinione. Del resto la tremenda crisi che si sta abbattendo sull’editoria renderà presto superate queste obiezioni.

Tema superficialità. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma Wired è l’unico giornale italiano ad avere il coraggio di pubblicare storie anche di 40 mila battute (mentre la media degli altri a fatica supera le 5 mila). L’auto elettrica e Arduino erano superficiali? Mai letto in Italia cose così approfondite se non su un libro. Ma ripeto, ciascuno può pensarla come vuole, è ovvio.

Tema Rossetto. Il manifesto di Wired non erano una serie di frasi arrangiate e senza senso, ma un documento inedito che Louis Rossetto mi ha donato, ovvero il manifesto che scrisse nel 1991 per convincere Negroponte & C. a investire in Wired. Una chicca per chi ama Wired e la stampa in genere. Ma anche per chi ama internet.

Tema Test. Qui vorrei essere molto chiaro. Nessuna marchetta. Così come in Wired Us, ci siamo presi il diritto di stangare o criticare quello che non va. I prodotti li proviamo davvero, ma capisco che su questo tema, in un paese fondato sulle marchette ci possa essere un po’ di diffidenza.

Tema Il Romanista. Nella mia vita ho fatto tante cose, più o meno affini a Wired. Alcune molto affini a Wired. Il Romanista è stato per quattro anni e mezzo il primo e unico quotidiano al mondo dedicato a una squadra di calcio. La Voce di Montanelli è durata nove mesi e visto che io sono infinitamente meno bravo di Montanelli, qualche innovazione l’avrò portata anche lì.

Tema Nova. Me la tengo stretta anche io. Wired è un’altra cosa, ma non mi pare che il territorio dell’innovazione in Italia sia così affollato. Anzi, c’è posto per tutti credo.

Un caro saluto
Riccardo 

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Feb 18 2009

Il primo editoriale


Sedici anni fa un italiano ha fondato il giornale più bello del mondo,un giornale che a leggerlo sembrava venisse dal futuro. 
Lo ha fatto a San Francisco, dove il futuro arriva sempre un po’ prima. 
Quel giornale era Wired e quell’italiano era Louis Rossetto.
Per trovare i soldi per la sua impresa Rossetto aveva girato due anni l’Europa e l’America con otto fogli coloratissimi e immagini ritagliate da libri e riviste. 
Sul primo foglio c’era scritto soltanto: Manifesto per un nuovo magazine. 
La sua visione a molti apparve folle: mai tanta tecnologia buona è stata 
a disposizione di così tante persone; queste persone, se si mettono assieme, 
possono cambiare tutto in meglio, possono fare una rivoluzione. 
Il nuovo magazine doveva diventarne la bandiera e il faro. 
Così è stato.
Oggi Wired torna a casa, in Italia, per raccontare la vostra passione per il futuro. 
Per diventare la vostra bandiera. Di nuovo: può sembrare folle parlare di innovazione 
in questo paese, adesso. Ma se non ci fossero italiani innovatori nonostante questo paese, noi non saremmo arrivati fin qui. 
Wired siete voi, voi che vi entusiasmate per un progetto che ci migliora la vita, voi che credete nel valore della comunicazione e della condivisione delle idee, voi che scegliete di lavorare assieme per un grande obiettivo, voi che fate ricerca scientifica ogni anno con meno fondi eppure non mollate, voi che conoscete il senso profondo della rete nel paese d’Europa che la usa peggio. 
Ogni mese Wired sarà una fonte di energia rinnovabile alimentata dalla passione delle vostre storie. 
Le grandi idee che cambiano il mondo. 
Non so se un giornale da solo possa davvero cambiare il mondo ma se gli Usa oggi hanno il primo presidente wired della storia, forse è anche perché 
nel 1993 lì nacque un magazine che fece diventare cultura diffusa questi valori. 
Dare voce a chi cerca le soluzioni, perché i problemi già li conosciamo.
Adesso tocca a noi. 
Dopo il nostro incontro al porto di San Francisco, Rossetto mi ha mandato una bella lettera piena di consigli. Finisce così: 
«Thanks for being curious. I really hope that you are successful. As I said yesterday, 
the appearance of your Wired Italia is a dream for me, un sogno!». 
Quel sogno, Louis, è il nostro sogno.
Benvenuto, Wired!
Il meglio deve ancora venire.

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Feb 17 2009
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Feb 09 2009

Festa Wired Italia: password?

Non sono più un tipo da feste. Lo sono stato, ma ormai preferisco di gran lunga far baldoria con mia moglie e mia figlia. La nascita di un giornale è però un evento da festeggiare. E quindi non mancherò (ci mancherebbe…) alla grande festa che la Condé Nast sta preparando per il debutto italiano di Wired. Non una festa vip (deo gratias), ma una serata dedicata a tutti quelli che hanno reso possibile questo progetto e che in qualche modo vi hanno preso parte.  Una bella serata: tecnologica, spettacolare, sostenibile, con una grande attenzione all’energia. Di più non so perché non me ne occupo direttamente, ma insomma mi pare che gli ingredienti per brindare in modo wired ci siano tutti.

La data è il 18 febbraio, mentre le prime copie di Wired saranno in viaggio verso le edicole italiane. Il luogo è Milano, perché qui ha sede la nostra redazione multietnica. I criteri adottati dalla CN per scegliere chi invitare, ve li ho spiegati. Ma non sarebbe una vera festa senza di voi. Alcuni di voi. Impossibile invitare i quasi tremila iscritti al gruppo di FB, figurarsi gli oltre 30 mila abbonati (ebbene sì, avete superato il muro dei 30 mila!). Una webcam ci sembrava velleitaria, perché non sarà uno spettacolo, un concerto, uno show, ma una festa fra amici appunto.

Allora la CN ha deciso per una soluzione equa: ha riservato una decina di inviti a quelli fra voi che risolveranno un enigma.

La sua soluzione è la password per accedere alla festa di Wired.

Eccolo:

http://www.flickr.com/photos/wired2008/3265699853/

Dovete postare la vostra risposta sul wall del gruppo Wired Italia di Facebook, in area discussioni, sotto il topic: Enigma - Password festa Wired

che si trova a questo link:

http://it-it.facebook.com/group.php?gid=43451926678

Le vostre risposte compariranno automaticamente in ordine cronologico e potrete constatare anche voi chi saranno i primi dieci ad aver indovinato quando sveleremo la soluzione il 15 febbraio.

Ogni volta che parlerete dell’enigma sui vostri social network potrete inserire come tag o all’interno del testo “enigma wired”: in questo modo le vostre conversazioni verranno intercettate dall’aggregatore wewired, che si trasformerà in fonte di spunti e suggerimenti per risolvere l’enigma.

Buon divertimento!

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Feb 04 2009

Il destino in Napa Valley ha bussato due volte

Era l’inizio di febbraio. Ma di nove anni fa. Ero volato a San Francisco per vedere da vicino il mondo nuovo. Per mesi mi ero fatto una agenda di posti e aziende, ma soprattutto di persone. Volevo andare a Ebay, volevo andare da Netscape. Ero affascinato da una nuova società di Mountain View, Google, il cui sito stava diventando la mia homepage in quegli anni di navigazioni lente ma inebrianti, inebrianti perché ogni volta restavi sorpreso che là dentro ci fosse tutta quella roba. Un mondo nuovo, appunto. 

Era febbraio, come adesso, ed ero appena partito per un giro del mondo mai visto: Stati Uniti, Nuova Zelanda, Australia, Giappone e Finlandia. “Voglio studiare, capire la rivoluzione digitale” avevo detto al mio direttore, Ezio Mauro, per convincerlo a concedermi un sabbatico e lasciare per due mesi la mia posizione di caporedattore.

Dopo una sosta di tre giorni al Mit, mi ero piazzato in Silicon Valley: perché quello era il cuore di tutto. E avevo iniziato a girare, bussare, parlare. Ascoltare. Ma soprattutto respirare. Respirare quell’aria da eterna nuova frontiera, l’eccitazione di chi pensa di aver per le mani la scoperta del secolo o l’idea che gli cambierà la vita. 

Start up, era la parola magica.

In quei giorni il mio sogno era trasferirmi a San Francisco. Convincere il mio direttore a nominarmi corrispondente da lì, per raccontare ogni giorno agli italiani il futuro che già c’era. La rivoluzione digitale. 

Non sono mai diventato corrispondente da San Francisco per la Repubblica, anzi, qualche mese dopo ho completamente cambiato vita, con una di quelle svolte improvvise che lì per lì ti fanno sentire forte, ma che dopo un po’ ti presentano il conto. E di solito è un conto salato. Il prezzo per diventare adulti. 

Ma esattamente nove anni dopo sono tornato a San Francisco per spiegare agli americani che quella rivoluzione forse, speriamo, io ci credo, sta arrivando in Italia. Per raccontargli come e perché il loro Wired sta arrivando in Italia.  

E così lunedì quando Chris Anderson, dopo il suo discorso “sullo stato dell’Unione”, mi ha invitato a prendere la parola, davanti agli Stati generali di Wired riuniti e allineati dietro file di tavoli da sei, mi è passata tutta la vita davanti. La mia vita professionale, questi ultimi nove anni. Ed ho pensato che a volte puoi sfidare il tuo destino, a volte puoi prendere la tua vita e buttarla in un cestino, a volte puoi finirci tu in quel cestino, ma se sai resistere, capire i tuoi errori, crescere e combattere, la tua vita un giorno esce da lì esattamente come l’avevi lasciata, come un libro che si riapre esattamente dove avevi smesso di leggerlo. 

A volte se sei fortunato, il tuo destino ti torna davanti e ti dice: ehi sono qui, ti aspettavo, ce ne hai messo di tempo… 

Nove anni.

Era il 2 febbraio, ieri. Ed erano le nove del mattino, di una mattina d’inverno che sembrava primavera, è così l’inverno californiano. Luminoso, tiepido. Frizzante. Era così anche nove anni fa.  

In una grande tenuta della Napa Valley di proprietà di Gordon Getty, a un’ora da San Francisco, era appena iniziato il Wired Annual Retreat (che in realtà si fa ogni due anni mi hanno detto poi). Due giorni insieme per parlare sul senso del lavoro che facciamo. “Is print dead?” era la domanda che campeggiava sulla prima pagina del powerpoint che Anderson aveva preparato in apertura. Certo che no, era stata la sua risposta, o meglio, qualcuno sparirà, ma non i grandi magazine di qualità, non quelli che sanno fare un “packaging” imbattibile di idee e design. Di grandi idee che cambiano il mondo. 

Non Wired. 

Ed è stato allora che Anderson, il super direttore che non crede al giornalismo, mi ha chiamato a fare un discorso. Che non era nemmeno in scaletta. No, in programma c’erano alcuni colossi dell’editoria e della creatività, invitati apposta. Ma Chris deve aver pensato che fosse più interessante, o forse divertente, partire col fatto che Wired, the first word on technology, stesse per partire in Italia… 

“Please, come here, Riccardo”. Dai, dicci che dopo Leonardo e Galileo è successo altro in Italia.  

Non so come abbia fatto a cavamela, ma so che me la sono cavata. Lo so perché hanno applaudito tante volte il nostro progetto, la passione che c’è dentro. Lo so perché quando gli ho fatto vedere la prima cover in tanti hanno detto “wow” ed era questo l’effetto che volevo che facesse. Wow!

Io detesto fare discorsi, mi mettono ansia, mandano in corto circuito la mia timidezza. Figuratevi in inglese. Ma appena ho due minuti ve lo trascrivo, quel discorso, e ve lo posto, compresi gli errori di grammatica, così mi direte voi com’è andata.  Magari ridevano per gli errori…

The making of Wired in Italy…

“Oh, we loved your presentation” mi ha detto qualcuno alla fine, ma non chiedetemi chi perché ero troppo emozionato. 

Dopo è toccato a Kevin Kelly, il mitico primo direttore di Wired, con la sua aria hippie, il capellino della Long Now Foundation, e le sue analisi lucide come un metallo. “Il segreto dei primi anni di Wired? Fare arrabbiare ogni volta un terzo dei nostri lettori, ma ogni mese un terzo diverso però”. Con Anderson hanno parlato delle ragioni dell’ottimismo, del perché non possiamo non dirci ottimisti anche se attorno a noi il mondo sta crollando. Con la mia vecchia videocamera non ne ho perso un minuto. 

Poi Thomas Goetz, il giovane deputy editor in rampa di lancio, ha conversato con la vera star della giornata. Adam Moss, che avrà la mia età, mille premi alle spalle ed ora dirige il New York Magazine. Ecco uno che sa esattamente come si fa un giornale “nuovo”, ho pensato. Prendi (appunti) e porta a casa.

Infine è stata la volta di Neal Stevenson, il capo di Ideo, la società che con il suo design ha reinventato mille oggetti della nostra vita quotidiana. “Dovete essere creativi e pragmatici, ma mai nello stesso istante, sennò sarà frustrante e non farete nulla di buono”, ha concluso prima di salutarci. Ok, prima creativo e poi pragmatico, sembra facile.  

Io ero lì seduto in mezzo agli altri, tutti ex giovani come me, jeans e maglioni a collo alto, o camicioni a scacchi e scarpe da ginnastica. Ero lì che prendevo appunti e imparavo. Imparavo anche quello che non dicevano perché era implicito, perché era il presupposto di tutto. E cioé l’importanza della trasparenza, del vivere senza segreti, senza la paura che gli altri possano rubarti chissachè. Che poi sarebbe il valore dello “sharing ideas”. 

Ero lì come nove anni fa a respirare l’aria della nuova frontiera. Ma stavolta quella frontiera siamo anche noi. E’ una questione di destino, forse. 

Il mio, il nostro. 

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Feb 03 2009
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