Gianluca, i focus e il senso di Wired per la rete
Conosco poco Gianluca Diegoli ma mi sta istintivamente simpatico. L’ho visto solo una volta, il 12 novembre scorso, durante Colazione da Wired, il piccolo evento che segnò il meno 100 per l’arrivo di Wired in edicola.
Quel giorno Gianluca era venuto ad osservarmi più che a parlare. Unico fra tanti sinceri entusiasti per l’arrivo in Italia di un magazine così speciale, lui aveva ascoltato tutti e aveva avanzato dei dubbi sensati: sì, bello Wired, ma con la rete a che serve un altro magazine? Una domanda non banale, per la quale quel giorno mancava il tempo di una risposta articolata, ma non è che non me lo chieda anche io a volte. E la risposta, che pure c’è, il senso di Wired per l’Italia, è la bussola che orienta il mio lavoro. Quella che mi fa fare le scelte che faccio ogni giorno.
Da allora Gianluca ho iniziato a seguirlo qui e lì per la rete, sui vari social network, e ogni volta ho concluso allo stesso modo. Mai banale, sempre interessante. Anche quando qualche giorno fa si è rioccupato di noi, di me, riprendendo un mio post sulle dieci cose più divertenti che avevo sentito su Wired e estrapolando alcuni dei giudizi migliori sentiti nei focus group sul numero zero.
Non un mero esercizio stilistico: anche in questo caso Gianluca ha giustamente auspicato, per il futuro di Wired, meno focus group con persone prese a caso, e più ascolto della rete. Di quelli come lui, come voi che mi state leggendo.
Mai banale, Gianluca, lo dicevo. E questa volta mi dà anche l’occasione per fare un po’ di chiarezza sul rapporto di Wired con la rete. Fondamentale, altrimenti non starei qui, a mezzanotte, a due giorni da Natale, a parlare con voi. Non starei qui se non ritenessi essenziale questo spazio dove comunicare, non top down, ma peer to peer. Non starei qui se non pensassi che dalla comunicazione orizzontale nascono progetti migliori e che solo assieme, fra persone che condividono gli stessi valori, possono nascere dei risultati importanti. Non starei qui se non pensassi che vivere “wiki” è il vero modo di vivere oggi.
E quindi bene i focus group, Gianluca, perché servono anche quelli. Osservare dietro un vetro cosa accade quando qualcuno sfoglia il tuo giornale, ti aiuta. Ma meglio gli spazi dove parlarne senza vetri, senza veli. Anche rischiando qualche battutaccia, o qualche critica dura. Di solito chi ha tempo di farla, vuole anche bene al tuo progetto. Di solito.
E quindi viva la rete, per Wired Italia sarà comunque fondamentale. Dico comunque perché molti pensano che io sarò responsabile anche del sito wired.it, che sarà mio anche il progetto online. E invece no. Come già accade per il Wired Us, il sito è un’altra storia. Lì il magazine lo guida Chris Anderson, il sito Evan Hansen. I due quasi non si parlano. Non perché non si stimino o perché non vadano d’accordo. Ma perché ciascuno è responsabile del suo settore. E lì è sovrano.
Anche per l’Italia accadrà qualcosa di simile. A me è toccato il magazine (il solito fortunato…), mentre per internet sta partendo un progetto molto ambizioso per un sito di Wired internazionale in molte lingue, italiano compreso, che sarà gestito a Londra da un giovane e brillante esperto di Web, Michael Parsons.
Io con il progetto di Michael non c’entro nulla, sono solo un suo supporter: spero che faccia un sito all’altezza delle attese e so che ha il talento per farlo. Quanto a wewired.it, l’aggregatore che in questi giorni ha ricevuto qualche critica, non è e non sarà il sito di Wired: è solo uno strumento per visualizzare quello che viene detto di Wired sulla rete. Punto.
Per il resto una cosa la posso dire senza tema di smentite, a Gianluca e a tutti gli altri: per fare Wired, io continuerò a stare in rete, ad ascoltare la rete. Dovunque sarà possibile. (e durante le feste di Natale mi leggerò il libro di Gianluca, di cui tutti mi parlano bene).
auguri a tutti e a presto
Riccardo
