Lettera aperta alla mia redazione (allargata)
Vi scrivo mentre sono in volo per San Francisco, dove fra qualche ora dovrò presentare il nostro progetto, il senso di Wired per l’Italia, a Chris Anderson, Kevin Kelly e tutta la gang di Wired. Visto che l’appuntamento è in Napa Valley spero che il gran vino di quelle parti li renda indulgenti. E soprattutto spero di non vedere spuntare il cartello “sei su scherzi a parte”. Vi scrivo intanto per dirvi grazie. Ieri abbiamo virtualmente chiuso il primo numero di Wired. Il primo storico numero di Wired. (Sì lo so che ci sono ancora le prove di stampa, il controllo delle ciano, ecc ecc, ma il primo numero quello è e così sarà giudicato). Per me questo primo numero chiude un progetto lungo quasi un anno. 350 giorni fa non ero ancora in Condé Nast e quando il 12 febbraio ho preso un aereo per andare a conoscere Chris Anderson a New York, ancora non era sicuro che Wired sarebbe nato. Bisognava verificare il mercato, il progetto, il momento (e alla fine usciamo nel pieno della più grave crisi economica di tutti i tempi, vorrà pur dir qualcosa no?). Vi scrivo per dirvi grazie, oggi, prima che gli altri ci giudichino, perché io sono entusiasta del lavoro che abbiamo fatto. Del risultato finale intendo. E anche di come ci siamo arrivati. Discutendo per ore e giorni su cosa fosse “wired” e cosa no. Su quali storie, su quali personaggi, sullo stile di scrittura, sul tipo di immagini, e persino sulle didascalie. “Devono avere la personalità di Wired”. Beh, ce l’hanno. Abbiamo discusso a lungo, dicevo. E a volte ci siamo anche divertiti parecchio. Ma altre volte invece abbiamo litigato di brutto, qualcuno si è offeso, qualcuno ha anche pianto. Ma alla fine il vostro talento è venuto fuori nelle pagine che abbiamo mandato in stampa. Il talento di ciascuno di voi. Alla fine abbiamo iniziato a diventare una squadra. Sia chiara una cosa: nella redazione di un giornale vivo, non mi spaventano le liti, anzi, mi spaventano i silenzi. A Wired, quello vero, le riunioni di redazione si chiamano “la gabbia dei matti” perché lì si discute di brutto ed è vietato essere permalosi. Diciamo che anche noi stiamo imparando (anche a non essere permalosi…). Non so come saremo giudicati il 19 quando Wired arriverà in edicola, ma so che se proseguiremo su questa strada, con la stessa voglia di migliorarci, sapendo restare uniti, faremo davvero un bellissimo lavoro. E ora sotto con il numero due: qualcuno in azienda dubita che possa essere bello come il primo. Beh, diamoci dentro. Secondo me, we can… Io intanto vado a brindare alla vostra salute con un buon rosso californiano. Riccardo
