Il destino in Napa Valley ha bussato due volte
Era l’inizio di febbraio. Ma di nove anni fa. Ero volato a San Francisco per vedere da vicino il mondo nuovo. Per mesi mi ero fatto una agenda di posti e aziende, ma soprattutto di persone. Volevo andare a Ebay, volevo andare da Netscape. Ero affascinato da una nuova società di Mountain View, Google, il cui sito stava diventando la mia homepage in quegli anni di navigazioni lente ma inebrianti, inebrianti perché ogni volta restavi sorpreso che là dentro ci fosse tutta quella roba. Un mondo nuovo, appunto.
Era febbraio, come adesso, ed ero appena partito per un giro del mondo mai visto: Stati Uniti, Nuova Zelanda, Australia, Giappone e Finlandia. “Voglio studiare, capire la rivoluzione digitale” avevo detto al mio direttore, Ezio Mauro, per convincerlo a concedermi un sabbatico e lasciare per due mesi la mia posizione di caporedattore.
Dopo una sosta di tre giorni al Mit, mi ero piazzato in Silicon Valley: perché quello era il cuore di tutto. E avevo iniziato a girare, bussare, parlare. Ascoltare. Ma soprattutto respirare. Respirare quell’aria da eterna nuova frontiera, l’eccitazione di chi pensa di aver per le mani la scoperta del secolo o l’idea che gli cambierà la vita.
Start up, era la parola magica.
In quei giorni il mio sogno era trasferirmi a San Francisco. Convincere il mio direttore a nominarmi corrispondente da lì, per raccontare ogni giorno agli italiani il futuro che già c’era. La rivoluzione digitale.
Non sono mai diventato corrispondente da San Francisco per la Repubblica, anzi, qualche mese dopo ho completamente cambiato vita, con una di quelle svolte improvvise che lì per lì ti fanno sentire forte, ma che dopo un po’ ti presentano il conto. E di solito è un conto salato. Il prezzo per diventare adulti.
Ma esattamente nove anni dopo sono tornato a San Francisco per spiegare agli americani che quella rivoluzione forse, speriamo, io ci credo, sta arrivando in Italia. Per raccontargli come e perché il loro Wired sta arrivando in Italia.
E così lunedì quando Chris Anderson, dopo il suo discorso “sullo stato dell’Unione”, mi ha invitato a prendere la parola, davanti agli Stati generali di Wired riuniti e allineati dietro file di tavoli da sei, mi è passata tutta la vita davanti. La mia vita professionale, questi ultimi nove anni. Ed ho pensato che a volte puoi sfidare il tuo destino, a volte puoi prendere la tua vita e buttarla in un cestino, a volte puoi finirci tu in quel cestino, ma se sai resistere, capire i tuoi errori, crescere e combattere, la tua vita un giorno esce da lì esattamente come l’avevi lasciata, come un libro che si riapre esattamente dove avevi smesso di leggerlo.
A volte se sei fortunato, il tuo destino ti torna davanti e ti dice: ehi sono qui, ti aspettavo, ce ne hai messo di tempo…
Nove anni.
Era il 2 febbraio, ieri. Ed erano le nove del mattino, di una mattina d’inverno che sembrava primavera, è così l’inverno californiano. Luminoso, tiepido. Frizzante. Era così anche nove anni fa.
In una grande tenuta della Napa Valley di proprietà di Gordon Getty, a un’ora da San Francisco, era appena iniziato il Wired Annual Retreat (che in realtà si fa ogni due anni mi hanno detto poi). Due giorni insieme per parlare sul senso del lavoro che facciamo. “Is print dead?” era la domanda che campeggiava sulla prima pagina del powerpoint che Anderson aveva preparato in apertura. Certo che no, era stata la sua risposta, o meglio, qualcuno sparirà, ma non i grandi magazine di qualità, non quelli che sanno fare un “packaging” imbattibile di idee e design. Di grandi idee che cambiano il mondo.
Non Wired.
Ed è stato allora che Anderson, il super direttore che non crede al giornalismo, mi ha chiamato a fare un discorso. Che non era nemmeno in scaletta. No, in programma c’erano alcuni colossi dell’editoria e della creatività, invitati apposta. Ma Chris deve aver pensato che fosse più interessante, o forse divertente, partire col fatto che Wired, the first word on technology, stesse per partire in Italia…
“Please, come here, Riccardo”. Dai, dicci che dopo Leonardo e Galileo è successo altro in Italia.
Non so come abbia fatto a cavamela, ma so che me la sono cavata. Lo so perché hanno applaudito tante volte il nostro progetto, la passione che c’è dentro. Lo so perché quando gli ho fatto vedere la prima cover in tanti hanno detto “wow” ed era questo l’effetto che volevo che facesse. Wow!
Io detesto fare discorsi, mi mettono ansia, mandano in corto circuito la mia timidezza. Figuratevi in inglese. Ma appena ho due minuti ve lo trascrivo, quel discorso, e ve lo posto, compresi gli errori di grammatica, così mi direte voi com’è andata. Magari ridevano per gli errori…
The making of Wired in Italy…
“Oh, we loved your presentation” mi ha detto qualcuno alla fine, ma non chiedetemi chi perché ero troppo emozionato.
Dopo è toccato a Kevin Kelly, il mitico primo direttore di Wired, con la sua aria hippie, il capellino della Long Now Foundation, e le sue analisi lucide come un metallo. “Il segreto dei primi anni di Wired? Fare arrabbiare ogni volta un terzo dei nostri lettori, ma ogni mese un terzo diverso però”. Con Anderson hanno parlato delle ragioni dell’ottimismo, del perché non possiamo non dirci ottimisti anche se attorno a noi il mondo sta crollando. Con la mia vecchia videocamera non ne ho perso un minuto.
Poi Thomas Goetz, il giovane deputy editor in rampa di lancio, ha conversato con la vera star della giornata. Adam Moss, che avrà la mia età, mille premi alle spalle ed ora dirige il New York Magazine. Ecco uno che sa esattamente come si fa un giornale “nuovo”, ho pensato. Prendi (appunti) e porta a casa.
Infine è stata la volta di Neal Stevenson, il capo di Ideo, la società che con il suo design ha reinventato mille oggetti della nostra vita quotidiana. “Dovete essere creativi e pragmatici, ma mai nello stesso istante, sennò sarà frustrante e non farete nulla di buono”, ha concluso prima di salutarci. Ok, prima creativo e poi pragmatico, sembra facile.
Io ero lì seduto in mezzo agli altri, tutti ex giovani come me, jeans e maglioni a collo alto, o camicioni a scacchi e scarpe da ginnastica. Ero lì che prendevo appunti e imparavo. Imparavo anche quello che non dicevano perché era implicito, perché era il presupposto di tutto. E cioé l’importanza della trasparenza, del vivere senza segreti, senza la paura che gli altri possano rubarti chissachè. Che poi sarebbe il valore dello “sharing ideas”.
Ero lì come nove anni fa a respirare l’aria della nuova frontiera. Ma stavolta quella frontiera siamo anche noi. E’ una questione di destino, forse.
Il mio, il nostro.
