Wired Italia

Apr 21 2009

Il terzo editoriale di Wired: Facciamo un Manifesto

Era notte, ed era un mese fa più o meno. In rete avevo messo una cosa appena scritta per vedere l’effetto che faceva. L’avevo intitolata “frammenti di un discorso amoroso”. Perché il giorno dopo quella cosa doveva diventare davvero un discorso. E perché era in fondo un atto d’amore. Per internet.

Se oggi mi chiedessero a quale strumento di comunicazione non potrei rinunciare fra radio, tv, carta stampata, telefono e internet, non avrei dubbi. Sebbene abbia un rapporto feticistico con la carta stampata, la potenza di internet è un’altra cosa. Racchiude le peculiarità di tutti gli altri mezzi e in più aggiunge una cosa fondamentale: il feedback in tempo reale di chi sta dall’altra parte, consentendo l’avvio di una conversazione. Un dialogo. Da pari a pari. Peer to peer. Che altro volere?
Internet è oggi la più grande piattaforma di comunicazione che l’uomo abbia mai avuto (ed è “la più grande invenzione del secolo scorso” come sostiene Rita Levi Montalcini).
Internet, scrivevo sapendo come potesse suonare roboante ed eccessivo, è un patrimonio dell’umanità. Dovrebbe occuparsene l’Unesco per tutelarla, mentre in tutto il mondo i politici (a parte Obama) lo vivono come una minaccia. Un pericolo e non una risorsa.
Internet è la speranza di parlarsi e capirsi fra popoli diversi, superando odi e pregiudizi.
Internet è la possibilità di uscire dalla povertà per i paesi in fondo alle classifiche di reddito, grazie a nuovi modelli di business.
Internet è l’obiettivo di una democrazia più giusta e partecipata per tutti.
Me è anche una opportunità per le imprese di fare prodotti migliori dialogando con i potenziali clienti, ed è uno strumento per chi cerca lavoro e può trovarlo o inventarselo in rete, creando nuovi servizi a basso costo.
Se tutte queste cose sono vere, in Italia la rete avrebbe bisogno di investimenti, computer in leasing agli studenti e banda larga per tutti, non di leggi a vanvera per chiudere siti e servizi come sta avvenendo.
Quei frammenti il giorno dopo sono diventati un discorso pubblico, alla fiera di Milano. E quel discorso è diventato un sito (amointernet.it) fatto assieme a tanti amici che si occupano di rete da anni, ma aperto a tutti. E quel sito è oggi un piccolo movimento: l’ho visto con i miei occhi, questo movimento,  gli ItAliens, quando a fine marzo è venuto in Italia Lawrence Lessig, a Meet the Media Guru, e per ascoltare questo pioniere dei diritti della rete c’era la sala della Mediateca di Milano stracolma, e la caffetteria e il prato con il maxischermo come per le partite della nazionale di calcio ai mondiali, mentre in tanti seguivano l’evento in diretta tv (su internet naturalmente).
Quella sera per Lessig c’era un mondo nuovo. Per nulla virtuale. Attento, competente, appassionato. E praticamente sconosciuto per radio, tv, giornali. Ignoto a quelli che ogni giorno parlano di internet come di un pericoloso covo di mafiosi, pirati, pedofili eccetera. Un mondo unito in sostanza da una cosa sola: l’amore per internet (o, se preferite una definizione meno dolciastra, la consapevolezza che questa è l’unica speranza di far diventare l’Italia e gli italiani un paese moderno in un mondo migliore).
Ora per dire a tutti Amo Internet vorremmo fare un numero intero di Wired. E vorremmo farlo con voi: scegliere assieme a voi le storie, le firme, le immagini e la copertina. Per farne un Manifesto. Per farci sentire, e far capire agli altri che la rete è importante.  Perché magari, è la tesi di qualcuno, non sono cattivi quelli che legiferano. Sono solo ignoranti. Non sanno di non sapere. Aiutiamoli.

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